Sono Stata Rapita dagli Alieni

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Il mio ultimo post, riguardante i regali di Natale, risale al 4 dicembre.

Purtroppo non ho potuto scrivere in questo periodo: sono stata rapita dagli Alieni.

Mi hanno prelevato la notte intorno alle 3 e un quarto, che è la fascia oraria preferita dagli alieni per i loro rapimenti, e mi hanno portato sulla navicella.

Un raggio di luce è penetrato dalla finestra e mi ha aspirato, in un men che non si dica il mio corpo terrestre si è ritrovato al cospetto di un individuo strano, classico tipo che definiremmo “Alieno”. Era da solo, quindi sarebbe più corretto scrivere “sono stata rapita dall’Alieno, ma vabbè, non me ne vogliate.

Non mi dilungherò nella descrizione dell’aspetto fisico perché non vorrei privare il lettore del piacere e del gusto di immaginare l’extraterrestre come meglio crede, vi dirò solo che era ben brutto.

Però si sa, la bellezza è un fattore culturale e quindi magari per lo standard di bellezza alieno era un bellissimo ragazzo. Tra l’altro se hanno mandato lui sulla terra sarà pure uno che ha studiato, uno scienziato, un astronauta di valore.

Mi ha chiesto se gentilmente poteva tagliarmi una ciocca di capelli per studiare la cheratina (mi ha detto che loro non ce l’anno infatti era calvo) e ho accettato.

Ha insistito per prelevarmi una piccola quantità si sangue bucandomi il dito indice con uno spillo, e ho accettato.

Poi ha detto che avrebbe dovuto inserirmi un microchip sotto pelle per monitorarmi ed ottenere informazioni sulla nostra vita terrestre. Inoltre voleva inserirmi un piccolo apparecchio nella calotta cranica, per influenzare il mio comportamento una volta ritornata sulla Terra.

A quel punto ho detto No, no caro il mio alieno purosangue, tu un apparecchio nel mio cervello non ce lo metti.

L’esame del sangue e il taglio di una ciocca di capelli posso anche accettarlo, ma il microchip e l’apparecchio celebrale te lo scordi.

Quello che segue è uno stralcio di conversazione tra me e l’alieno rapitore:

Io: “Alieno scusami, posso capire il tuo interesse per una forma di vita diversa dalla tua, ma io non sono il soggetto ideale per il vostro studio. Io non sono un campione di razza umana genere femminile rappresentativo, rischiereste di alterare le vostre ricerche”

Alieno: “No, no, vai benissimo”

“Ma i tuoi colleghi son stati pur stronzi, ti hanno mandato da solo in esplorazione sulla terra. E se mi sento male durante l’operazione come facciamo a chiamare i soccorsi?”

“Tutto andrà benissimo. Io sono molti, siamo un individuo pluralistico” (Criptico il nostro caro E.T.).

Io: “Tu sei un alieno molto simpatico, mi piacciono quelli che utilizzano gli ossimori, ma io il microchip e l’apparecchio celebrale non lo voglio, senti qui, ti faccio una proposta”.

Poi ho detto nell’orecchio dell’extraterrestre delle cose sono irripetibili, non perché sessualmente esplicite, ma perché non voglio problemi con la Cia.

L’alieno a quel punto ha interpretato male e ha pensato che gli facessi le avances sessuali (l’orecchio è la più importante zona erogena aliena), si è eccitato, si è imbarazzato e ha iniziato a sudare.

Solo che gli alieni quando si eccitano sudano una poltiglia verdastra viscida in gran quantità e lui, gran timidone, si è vergognato moltissimo e ha preferito riportarmi a casa con il raggio di luce, nel letto dove mi aveva rapito la mattina del 5 dicembre.

Prima di abbandonarmi mi ha sussurrato nell’orecchio: “Credo di essermi innamorato di te, ma forse siamo troppo diversi. Addio mia amata terrestre”.

E poi niente, mi son risvegliata stamattina nel mio letto ed è passato quasi un mese.

Mica male, non ho neanche dovuto pensare a cosa fare a Capodanno.

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Stress da Regali di Natale?

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L’avvicinarsi del Natale mi mette l’ansia.

O meglio, mi mette l’ansia l’idea di pensare ed acquistare i regali di Natale.

Ho letto su Focus che lo stress da regalo affligge ben 6 italiani su 10, è molto dannoso per la salute e va evitato assolutamente.

Fino ad alcuni anni fa rimuovevo a livello conscio l’avvicinarsi del 25 dicembre fino al pomeriggio del 23, momento in cui iniziava a manifestarsi un terribile senso di colpa.

A quel punto non c’era più niente da fare: bisognava uscire, entrare in un negozio a caso e comprare delle cose a caso, tanto è il pensiero che conta.

Dopo alcuni anni e molti soldi spesi in oggetti orrendi ed inutili, ho riflettuto: il regalo deve essere qualcosa di spontaneo, è un pensiero d’amore, è la rappresentazione materica di un affetto profondo, non dobbiamo essere schiavi del turbocapitalismo che ci impone manipolandoci di acquistare montagne di oggetti, alimentando così la nostra bramosia di prodotti inutili.

Per questo ho smesso di fare i regali.

Non posso nascondere che a me piace molto ricevere pacchetti e pacchettini, è una delle cose che preferisco.

Ci troviamo di fronte ad un classico caso di dissonanza cognitiva: ricevere i regali è bellissimo e fa star bene, farli è bruttissimo e fa venire l’ansia.

Purtroppo smettendo di donare ho anche smesso di ricevere, e questa per me è una cosa inaccettabile: io pretendo i miei regali di Natale.

Sono cosciente che a una prima lettura potrei sembrare un individuo superficiale ed egoista.

Ebbene non è così: sono una persona malata che soffre di fobia e ansia da shopping natalizio, e sono pertanto incapace di acquistare i regali di natale.

Dovreste provare compassione per me e farmi un bel regalo.

Ad esempio mi piacerebbe molto ricevere un appartamento al mare, possibilmente in Toscana, con un bel giardino.
Poi se proprio non avete la possibilità di regalarmi la casa accetto anche l’usufrutto a vita.

Se non volete strafare accetto anche un viaggio di un mese all inclusive alle Maldive, un camper (preferirei nuovo), un buono di un anno valido per essere seguita da un personal shopper che si occupi del mio look (pagate voi anche i vestiti, se no che regalo è).

Stavo pensando anche ad un intervento di blefaroplastica, che la mattina ho gli occhi come Bud Spencer.

Mi piacerebbe molto anche avere un teatro (possibilmente avviato) in una capitale europea, mai che a qualcuno gliene avanzasse uno.

Soldi preferisco di no, ma se proprio insistete scrivetemi e vi mando le mie coordinate bancarie, che rifiutare un regalo non è educato.

Grazie a tutti, Buon Natale.

 

Fatevi i Selfie Vostri

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I selfie, prima che si chiamassero così, io e i miei amici di Parigi li chiamavamo “foto col braccio lungo”.

Per scattare allungavi il braccio con l’obiettivo della macchina foto o del telefono rivolto verso di te e ti affidavi alla sorte, perché non si vedeva quello che stavi fotografando.
Facevamo molte foto col braccio lungo in giro per il mondo.

Poi all’improvviso è uscito fuori il termine “selfie”.

Io mi sono un po’ arrabbiata, perché cercavano di farla passare come un’invenzione nuova ed invece noi da un bel po’ di anni che le facevamo, le foto col braccio lungo. Mi sentivo defraudata di una nostra invenzione.

Io non posto quasi mai selfie ma li faccio, in genere di nascosto e provando imbarazzo.

Vorrei pubblicarli ma mi vergogno.

Mi vergogno perché le persone che fanno e pubblicano le foto della loro faccia in continuazione mi sembrano un po’ dei pazzi che, forse per paura di scomparire, ribadiscono in continuazione la loro esistenza fotografandosi.

Ma una volta che avete messo una foto del vostro viso 2 o 3 volte, magari anche 10 o 15, ma poi perché ne mettete altre? È forse cambiata la vostra faccia?
Volete essere sicuri di esistere perché avete paura che la vostra faccia sia scomparsa?

Ma dove può essere andata a finire la vostra faccia, dico io?

Io scatto i selfie perché spero di venire bene, in modo da avere tanti like ed aumentare la mia autostima.
Però in genere vengo di merda, la mia autostima vacilla, non pubblico la foto e critico chi lo fa.

Su instagram invece vedo sempre i miei amici postare immagini di loro stessi nelle camere d’hotel a torso nudo o in lingerie appena svegli, nel bagno con gli addominali contratti, su una spiaggia tropicale, in cucina, in sauna, nel bosco.

Fino a poco tempo fa pensavo fossero sempre in compagnia di qualcun altro che gli faceva la foto.

Pensavo: “che fortuna i miei amici che sono sempre in compagnia, io invece sono da sola, oppure le persone che sono con me non hanno voglia di farmi una foto, e quando la fanno viene di merda”.

Poi ho scoperto che in realtà i miei amici sono da soli pure loro, non c’è nessuno a fargli compagnia, si fanno l’autoscatto, i telefoni moderni li puoi impostare e ti fanno la foto dopo alcuni secondi, come le macchine fotografiche di una volta.

Io ho provato a farmi la foto allo specchio nel bagno facendo vedere gli addominali in lingerie, ma poi il buonsenso misto alla sensazione di risultare patetica mi hanno frenano nella condivisione. Il mio super io mi comanda a bacchetta.

Proprio ieri sera parlavo della mia ambivalenza nei confronti degli autoscatti con un’amica inglese.

“Tu sei una tipa da Scotch Tape Selfies, io invece da Extreme Selfies”, mi ha detto ridendo.
“Prego?”

Ho preso il telefono e ho cercato su google.

Scotch Tape Selfies: si tratta di un trend che si è diffuso qualche anno fa che consiste nel deformarsi il viso con il nastro adesivo e postare il risultato mostruoso sui social.

Extreme Selfies: si tratta di una moda che consiste nel farsi immortalare in video o scatti altamente pericolosi. Sono centinaia i morti, soprattuto tra i giovanissimi, tra il 2016 e il 2017.

Lo dicevo io che i selfie fanno male.

Credo che butterò il mio iPhone dalla finestra, oggi pomeriggio vado a comprarmi un nokia 3310.

 

Perché odio Halloween

 

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Fortunatamente anche quest’anno Halloween è passato.

A me non piace, ci sono tutte queste persone che passeggiano per strada travestite da zombie, che gridano, lanciano petardi e cercano di farti paura.

La fascia d’età è piuttosto ampia, diciamo dagli 1 ai 50 anni, tutti che cercano di spaventarsi a vicenda mascherati in modo antiestetico.

Poi la notte di Halloween non ci sono i morti viventi in giro, magari, ci sono orde di giovani ubriachi ululanti e sopra le righe con la faccia insanguinata e brandelli di carne che pendono dalle membra.

Qui in Italia è una festa relativamente moderna, si festeggia da pochi anni.

Ha parzialmente soppiantato con grande naturalezza le nostre tristi feste dei morti e di ognissanti.
Non si va più al cimitero a trovare i parenti defunti, a portare i fiori e mettere in ordine la tomba, si va in discoteca vestiti da zombie. I morti siamo noi.

Mio padre, grande appassionato di serie tv americane, Già più di 30 anni fa conosceva benissimo la festa di Halloween e sognava che i suoi figli andassero di casa in casa a suonare il campanello intimando “dolcetto o scherzetto”.

Ma non abitavamo in una villa di un benestante quartiere americano dove era normale che un bambino di 6 anni uscisse da solo in piena notte vestito da morto vivente a bussare alle porte.
Stavamo in un palazzo di 10 piani a Torino, un palazzo rispettabile e signorile per carità, ma forse non ancora pronto a tale modernità.

Mio padre voleva assolutamente che noi figli vivessimo i festeggiamenti di Halloween e facessimo dolcetto o scherzetto.

Mio fratello si rifiutò categoricamente, mentre io, avevo 6 o 7 anni ed ero facilmente manipolabile, accettai.
“Portiamo un po’ di modernità in questo palazzo!”

Mio padre mi preparò il costume: un maglione vecchio, nero col cappuccio, la faccia dipinta con il carbone vegetale contro i gas intestinali e denti bianchi di plastica da vampiro.

Io non ero molto convinta, ma mio padre mi esortò “Vedrai, ti divertirai moltissimo”.

Un po’ titubante esco di casa esortata dai mei genitori.
“Vai divertiti!”

Vado al terzo piano. Suono il campanello, nessuna risposta.

Al quarto, apre un signore grasso in ciabatte. “Dolcetto o scherzetto?”. Mi guarda e con fare impassibile mi chiude la porta in faccia.

Al quinto apre la signorina Tedeschetti-Mazzonti. “Dolcetto o scherzetto?”
“Non so di cosa tu stia parlando, ma se si tratta di uno scherzo non fa ridere per niente” e chiude la porta.

Al sesto mi trovo davanti marito e moglie “I tuoi genitori non ti hanno insegnato l’educazione? Non hai altri posti dove andare a giocare?”.

Arrivo al settimo. Lì abita la terribile vedova Segretti, 87 anni di pura cattiveria e odio, rivolto soprattutto verso cuccioli e bambini.

Mi faccio coraggio e suono il campanello.
“Dolcetto o scherzetto”

Da dietro la porta un grido rauco sembra provenire dagli abissi della crosta terrestre: “Vai via brutta bambina schifosa!”

Dopo aver incassato ben cinque piani di frustrazione e rifiuti credo sia giunto il momento dello scherzetto.

Io non so in cosa consista lo scherzetto, ma mio fratello oggi pomeriggio mi ha dato di nascosto un Maxi Petardo Fischione, allora lo accendo e lo metto sotto lo zerbino.

BUM BUM SBADABUM!

Che scherzo entusiasmante, i petardi risuonano nella tromba delle scale come una bomba nucleare.

Dagli altri appartamenti gli inquilini si affacciano per capire da dove provenga questo frastuono, io mi spavento, scendo le scale, mi inciampo, mi prendo una gran culata sui gradino di marmo.

Arrivo finalmente al secondo piano, mi attacco al campanello. Mi apre mio padre.

“Allora, ti sei divertita? Dove sono i tuoi dolcetti?”

“Papà, so di non avere il diritto di dirtelo ma questa volta in quanto zombie sono esonerata: vaffanculo”, e vado a letto.

La mattina seguente un’ambulanza carica un corpo esanime.

“E’ la povera signora Segretti, ha avuto un infarto ieri sera dopo cena proprio sull’uscio di casa”, dice la portinaia a mia madre.

Forse sarebbe stato meglio avesse scelto il dolcetto.

(Nell’immagine HD, io ritratta con indosso il fantastico costume di Halloween preparato con grande accuratezza da mio padre)

 

Il mio Primo Bacio

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Il mio primo bacio è stato all’età di 15 mesi, in montagna, con un coetaneo biondino niente male.

Non ricordo molto dell’evento, però fortunatamente mio padre era presente e ha immortalato il momento magico.
So bene che la presenza del padre fotografante durante il primo bacio della figlia dovrebbe creare un certo imbarazzo, ma a quell’età si fan cose strane.

Molti bambini piccoli hanno questo istinto baciatorio, io ero uno di quelli.

Il secondo bacio, che in realtà sarebbe il primo vero bacio ma che per comodità chiamerò il “Secondo Primo Bacio”, me lo ricordo bene.

Avevo 14 anni, festa al pomeriggio, balli lenti e patatine, fante e coca cole.

E poi la bibita analcolica finisce e resta una bella bottiglia vuota, bella vuota e roteante.
E gira il nastro gira, come diceva Luca Barbarossa proprio in quegli anni, è un attimo che ti ritrovi a limonare: il famigerato “gioco della bottiglia”.

Io non avevo mai giocato a questo gioco, non sapevo neanche bene in cosa consistesse.

Seduti in cerchio, un ragazzino alto e carino che non avevo mai visto dice “Baciooo” e gira la bottiglia.
La bottiglia mi punta, panico.
Si alza, mi alzo, andiamo nella stanza di fianco, mi bacia, lo bacio, ci baciamo.

Poco romanticismo, molto imbarazzo, il mio secondo primo bacio è stato veramente goffo e maldestro.
Avevo perso la spontaneità baciante che avevo a un anno e mezzo.

Ieri notte ho fatto un sogno e mi è apparso lui, Matteo, rimosso dalla memoria per più di 25 anni ed ora incredibilmente saltato fuori da chissà quale anfratto della mente.

E siccome aveva il cognome di un attore famoso mi son ricordata pure quello.
Sono andata su Facebook a cercarlo e l’ho trovato, ma sarebbe stato meglio di no.

Matteo, il ragazzino del mio secondo primo bacio, è un signore di mezza età, grassottello e pelato, vestito nella maggior parte delle foto in completo giacca e cravatta grigio, pare un agente immobiliare.
Ha tre figli, grassottelli pure loro.

Matteo era un ragazzino alto, magro e bello, pieno di capelli, non doveva essersi trasformato in un uomo di mezza età vestito di grigio topo.
Matteo era completamente diverso, era cambiato.

Le cose cambiano, e lui ne era la prova vivente.

Come si cambia, come è potuto accadere?

Semplicemente succede, il tempo passa e trasforma le cose, le persone, i luoghi.
Tutto muta, tutto è in permanente evoluzione.

E’ l’impermanenza, è la magia della vita.

Ma Matteo no, lui doveva restare come il giorno del nostro secondo primo bacio.

(Nella foto l’istantanea originale del mio primo bacio)

Ho Sempre Desiderato Iniziare a Fumare

 

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Da qualche anno sui pacchetti di sigarette ci sono delle immagini orrende e paurose che raffigurano uomini intubati all’ospedale, occhi vitrei, polmoni marcescenti e piedoni putrefatti. Certo che anche tu, fumare coi piedi.

Io non fumo, ma ho sempre cercato di iniziare.

Ho sempre pensato che una cosa così diffusa che crea dipendenza a milioni di persone dev’essere senz’altro una figata, quindi malgrado il disgusto mi sono messa d’impegno.

La prima sigaretta l’ho fumata a 14 anni, era una Camel senza filtro.
Mio padre non fumava le sigarette, fumava il sigaro toscano e la pipa, però quel giorno aveva un pacchetto nel suo studio, io sottrassi una sigaretta di nascosto e andai a fumarla sul balcone.

Soltanto che, capite bene, una Camel senza filtro è un po’ impegnativa per una ragazzina.
Iniziai a tossire, prima piano poi sempre più forte, quasi soffocai.

Mia madre che stava stendendo le lenzuola sull’altro balcone mi sentì tossire, arrivò di corsa e mi tirò un bello schiaffone dicendomi:
“Se volevi provare a fumare avresti dovuto chiedermelo”.
“Ma le cose ribelli si fanno senza chiedere il permesso”, risposi.
Mi commuove cotanto spirito ribelle.

Nascosta nei bagni come una vera ribelle ho provato a fumare le Kim alla menta di mia nonna, le Diana rosse morbide delle mie compagne del liceo, le Chesterfield di mio cugino, le Stop senza filtro del barista.

“Mi fai fare un tiro? Vorrei diventare tabagista, ho bisogno di training” chiedevo agli amici.

Non riesco a capacitarmi del perché malgrado gli sforzi non sia riuscita a diventare dipendente dalla nicotina.
Forse sono una persona debole.

Dopo qualche anno di tentativi ho gettato la spugna: fumare non fa per me.

Mi sono sempre chiesta se le immagini intimidatorie sui pacchetti di sigarette abbiano una qualche efficacia.
Io non fumo, ma se fumassi il piedone putrefatto e il polmone marcescente non lo vorrei di sicuro sulle mie sigarette.

L’uomo nudo nel letto e il bambino col ciuccio a sigaretta li accetterei, anzi, non sono niente male a livello decorativo. Poi io sono donna e non ho figli, quindi che mi frega.

“Mi scusi, un pacchetto di King Plain Light per favore”
“Ecco qui signora”
“No, mi scusi, il Piedone putrefatto non lo voglio”
“Ecco, va bene questo?”
“No, neanche la ragazza che vomita sangue, mi dia il pacchetto con su l’immagine del danzatore nudo sul letto che interpreta la solitudine dell’animo umano”
“Mi spiace, non c’è”
“Il bambino col ciuccio a sigaretta?”
“Finito”
“Nonno Carlo intubato all’ospedale dopo l’ictus?”
“No, finito anche quello, rimangono la lingua cancerosa e l’occhio cieco a madreperla”
“Non rimane neanche la mamma che soffia il fumo in faccia al figlio neonato?”
“No, quella va ruba. Buco in gola?”
“Allora sai che c’è caro tabaccaio? Vattene a fanculo, smetto di fumare”.

E dammi un gratta e vinci, forse con la dipendenza da gioco sarò più fortunata.

Nonna Vanna e la Ginnastica da Letto

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Mia nonna materna si chiamava Giovanna, ma tutti la chiamavamo Nonna Vanna.
Era una donna magra e piccolina, molto elegante, con gli occhi verdi ed i capelli rossi.

Nonna Vanna viveva in un appartamento grandissimo, ci abitava con il marito, i tre figli e la domestica, ma piano piano si era ritrovata sola in questo mare di stanze vuote.

Il ricordo più nitido che ho di lei risale a quando avevo circa 8 o 9 anni.
In quel periodo invece delle scarpe portavo i pattini, sempre, soltanto a scuola mi obbligavano a mettere le scarpe.

Ero anche appassionata di verticali, le facevo ovunque, coi pattini ovviamente.
Appoggiavo le mani a terra e slanciavo verso l’alto una gamba, l’altra la seguiva dopo un istante.

Ed in quella casa dalle mille stanze vuote un pomeriggio, mentre mi esercitavo nelle mie inversioni, la nonna mi passò vicino nel momento dello slancio della gamba e le sferrai un bel calcio in faccia, arricchito dalla presenza metallica del pattino.

Lei cadde a terra sanguinante ed i giorni seguenti i vicini ed i conoscenti pensavano che fosse stata picchiata o scippata da un malvivente, perché aveva il viso tumefatto.

“No, no, nessuno scippo, è mia nipote che mi ha tirato un calcio pattinato in faccia”.

Ora che ho raccontato questo episodio mi sento alleviata dal senso di colpa, che tirare un calcio in faccia ad un’anziana signora non è mai bello.

Un altro ricordo risale a qualche anno prima, in montagna, Nonna Vanna a tavola mi obbliga a cenare con un libro in equilibrio sulla testa e altri due sotto le ascelle, per imparare a mangiare composta, con la schiena dritta e i gomiti vicino al corpo.

“Se impari a mangiare elegantemente non ti troverai in imbarazzo se un giorno dovessi essere invitata a pranzo a Buckingham Palace dalla Regina” mi diceva.

Poi uno si chiede perché un paio di anni dopo le è arrivato un calcio volante in faccia.

Nonna Vanna ogni sera beveva la tisana rilassante.

“Dormo che è una meraviglia con questa tisana”, ci diceva, omettendo di confidare ai nipotini che insieme alla tisana da cinquantanni assumeva ogni sera anche una piccola pastiglietta di Tavor (farmaco della categoria delle benzodiazepine, con proprietà ansiolitiche, anticonvulsanti, sedative e miorilassanti).

Appena sveglia la nonna faceva una cosa stranissima ed originale, che non avevo mai visto fare a nessuno in famiglia: la ginnastica da letto.

Con questo termine in genere ci si riferisce ad una cosa un po’ sessuale, ma per Vanna era una cosa serissima e per nulla piccante.

Ancora sdraiata nel letto, con la sua camicia da notte di seta, iniziava una serie interminabile di sollevamenti delle gambe tese e di addominali.

Una sorta di pilates ante litteram, mia nonna a 85 anni aveva una carpiatura da far invidia a Tania Cagnotto.

Ma soprattutto quello che maggiormente mi affascinava era l’incredibile “ginnastica facciale da letto”.

Dopo aver sollevato le gambe su e giù per almeno venti minuti, iniziava a contorcere la faccia che neanche Jim Carrey sarebbe arrivato a tanto.

Se mia nonna avesse registrato con un marchio la sua ginnastica da letto sarebbe diventata milionaria.

Nonna Vanna morì qualche mese prima di compiere 100 anni.

La sua ginnastica da letto era veramente formidabile. O forse saranno stati 50 anni di Tavor.