Chi mi ha Dato la Patente ha Commesso un Grave Errore

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Io non so guidare l’automobile.

La patente ce l’ho, è proprio che non sono capace a guidare un mezzo che non sia una bicicletta o un motorino.

Ho preso la patente a 18 anni, io non volevo prenderla perché mi trovavo molto bene con la mia bicicletta gialla, ma mia madre mi obbligò: “Vedrai che ti servirà più avanti, devi prenderla ora perché poi non la prendi più”.

Mia madre considerava l’atto di prendere la patente uno dei più importanti gesti di emancipazione della donna, la liberazione da millenni di sudditanza al maschio, la rappresentazione della presa di coscienza della propria indipendenza e della propria forza femminile.

Dopo aver frequentato la scuola guida senza capire le spiegazioni, incredibilmente superai sia la teoria, sbarrando le risposte del quiz a caso, sia l’esame di pratica, grazie all’insegnante della scuola guida che muoveva i doppi pedali al posto mio.

L’esaminatore stava seduto dietro e sfogliava una rivista di gossip; essendo luglio le pagine erano piene di seni e glutei, sicuramente più interessanti dei miei maldestri tentativi di parcheggio.

Grazie alla fortuna e a Novella 2000 presi la patente.

Guidare in mezzo al traffico mi sembra una cosa complicatissima, magari un aereo nel cielo potrei anche pilotarlo, ma una macchina in centro città no.

Oltre ad avermi obbligato a prendere la patente, mia madre mi obbligò anche a guidare: un giorno, neo patentata, mi mise in mano le chiavi della sua Mini Cooper nera col tetto bianco e un TuttoCittà malconcio e mi mandò a ritirare le tende dal tappezziere.

Fu una delle esperienze più traumatiche della mia vita.

Incredibilmente riesco ad arrivare a destinazione, ritirare il pacco gigante e ripartire.

Sulla strada del ritorno la situazione si fa complicata: la città, l’ora di punta, i clacson, l’incrocio di Piazza Statuto: tutte le altre automobili si sono messe d’accordo per venirmi addosso, mi suonano, mi puntano, sono nell’epicentro dell’inferno.

Allora faccio la cosa più ovvia e naturale del mondo: scendo dall’auto, prendo le tende e torno a casa a piedi.

Solo che lascio l’auto in mezzo all’incrocio.

Arrivata a casa dico a mia madre: “Mamma, tutte le auto mi venivano addosso e allora sono tornata a casa a piedi”.
“Va bene cara, andiamo a prenderla, dove l’hai parcheggiata?”
“Non l’ho parcheggiata, l’ho lasciata in mezzo all’incrocio, tutte le altre auto si sono messe d’accordo per venirmi addosso”.

Al nostro arrivo la Mini Cooper era ancora lì, solo che era sopra un carro attrezzi che la stava portando via. Almeno 4 auto di vigili urbani e relativi agenti cercavano di ricomporre il traffico impazzito e smantellare l’ingorgo folle che aveva creato la mia piccola Mini abbandonata.

Mia madre si arrabbiò parecchio e, con mio grande sollievo, mi ritirò la patente.

E, per vostra fortuna, ce l’ha ancora lei.

 

Post Scriptum: a me l’automobile in città sembra una cosa pericolosissima, un proiettile di lamiera impazzito lanciato in mezzo alla folla, una scatoletta di metallo, un cubicolo d’acciaio, una gabbia che ti porta alla follia.
Prova a fermarti lungo una strada trafficata, o ad un semaforo, e guarda gli esseri umani che ci sono dentro: sono da soli, parlano da soli, imprecano, bestemmiano, pigiano ripetutamente il clacson pensando che con la loro insistenza riusciranno a far spostare le 380 automobili ferme davanti, o a far diventare verde un semaforo rosso, o a far sparire i lavori in corso. Sono grigi e soli, rinchiusi in un parallelepipedo di lamiera zincata.
Sono rabbiosi ed aggressivi, oppure passivi e rassegnati, qualcuno canta e muove la testa a tempo di musica e mi sembrano i movimenti stereotipati degli elefanti a catena.

Però ieri sono salita sull’automobile, come passeggera ovviamente, mi sono appisolata, e al mio risveglio ero al mare.  Allora l’automobile si è trasformata da una gabbia che ti porta alla follia a un tappeto magico che ti trasporta al paradiso.
Come la vita, la stessa cosa , inferno o paradiso.

(Nell’immagine l’opera dal titolo “Via Napione h 18” realizzata da me medesima)

 

Il Nome Più Brutto del Mondo

 

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Oggi mentre mi lavavo i denti mi son posta una domanda: qual’è il nome più brutto del mondo?

Ne ho pensati molti, ma, dopo aver controllato di non aver amici su Facebook che si chiamano così, è arrivata la risposta: per me il nome più brutto in assoluto è femminile ed è “Catena”.
A pari merito con “Cateno” al maschile, che però non esiste quindi non vale.

Io non ho mai conosciuto nessuno che portasse quel nome, anche perché in Italia ci sono soltanto 9665 persone che si chiamano così e sono quasi tutti in Sicilia.

Da bambina al mare in spiaggia ho sentito una signora grassa gridare sguaiatamente “Catenaaaaa vieni a nonnaaaa”. Sono subito andata da mia madre chiedendo che nome fosse mai Catena e cosa volesse dire “vieni a nonna”. Eravamo in Liguria, allora non avevo viaggiato ancora molto.

Lei mi spiegò che era un nome tipico del Sud Italia e “Vieni a nonna” era un modo di dire utilizzato principalmente dalla gente del sud.

Mentre il nome “Catena” mi sembrò terrificante, mi immaginai torture medioevali e persone appese incatenate d’orrore, il modo di dire “Vieni a nonna” mi piacque un sacco, mi sembrò geniale.

E allora iniziai ad usarlo, nella variante “Vieni a me”.

Potete immaginare questa bambina di 6 anni gridare in spiaggia “Mammmaaaa, vieni a Meeeeee” , mi sembrava bellissimo, lo usavo anche con gli amichetti.

“Pietro, Paolo, Marco, Luca, Giovanni, venite a me”, allargando le braccia per accoglierli come una novella redentrice.

E in spiaggia a Varigotti già si iniziava a raccontare di un nuovo Messia ritornato in terra nelle vesti di una piccola bambina bionda.

Visto che in quel periodo ero convinta che si potessero spostare gli oggetti con la forza del pensiero, passavo ore al bar dello stabilimento a fissare un oggetto a caso, una sedia, un posacenere, gridando “Tavolinooooo vieni a Meeee”.

E in spiaggia a Varigotti si iniziava a raccontare della disgrazia di quella bella famiglia torinese, madre-padre-figlio-figlia-cane-gatto, la cui secondogenita seienne presentava disturbi psichiatrici assai gravi.

Ma torniamo all’argomento di questo post: il nome più brutto.

“Catena” è un nome femminile dedicato alla Maria Santissima della Catena, protettrice degli schiavi e dei prigionieri; quindi in realtà ha pure un bel significato, viva la libertà, abbasso la schiavitù. Ma resta ben brutto, secondo me.

La verità è che spesso si considera orribile un nome perché lo si collega ad una persona negativa o che ci ha fatto del male.

Ad esempio se trovi orribile il nome, che ne so, “Caterina”, è perché magari Caterina ti ha soffiato il fidanzato che amavi alla follia ed ora loro sono sposati con 5 figli e tu single da allora.

E comunque Caterina cara, tu sei libera di fare quello che vuoi nella vita, però a causa tua tutte le Caterine del mondo vedono il loro nome infangato. E’ il modo di comportarsi?

Stesso discorso vale ovviamente per Adalberto che ha scippato la moglie a Pierlume, o Gianfrusaglio che era il tuo capo e ti ha fatto mobbing per anni, o Adalinchia, che ha rapito tuo figlio Gazebo. Per non parlare di Maribaldo, che ha ucciso tua sorella Astrabella.

Tra un Pierlume e un’Adalinchia, è un attimo che un post ti sfugge di mano.

 

Nota dell’autrice: anche oggi sono convinta che si possano spostare gli oggetti con la forza del pensiero, però ho imparato a stare zitta mentre ci provo.

Il fenomeno è noto come “Psicocinesi” o “Telecinesi”.

Nella foto è raffigurata Nina Kulagina, la più famosa paragnosta dell’ex Unione Sovietica. Lei pare fosse veramente in grado di spostare oggetti con la forza del pensiero.

Io no.

L’Anello della Verginità

 

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In Germania alcuni anni fa conobbi una ragazza americana che si chiamava Shirley.

Aveva vent’anni ed era bionda e bella, con i denti bianchi come hanno solo gli americani.
Anche io ho fatto lo sbiancamento dentale una volta in Thailandia, ma i denti come i suoi non mi son mica venuti.

Comunque Shirley con quei denti bianchissimi d’un bianco perlaceo come la neve dell’Himalaya, mangiava moltissimi kiwi, andava ghiotta di kiwi. A colazione ne mangiava almeno 10 ve lo giuro.

Soltanto che li mangiava con la buccia.

Io so bene che nella buccia della frutta si concentrano molte vitamine, minerali e fibre, ma da lì ad essere ghiotti di una cosa pelosa e marrone di strada ne passa.

La bella Shirley dai denti di perla aveva anche un’altra caratteristica: portava il Purity Ring.

Io non sapevo mica cosa fosse, me lo spiegò lei:
“Al compimento dei miei 14 anni abbiamo fatto una bellissima festa, una cerimonia con centinaia di persone, in cui altre quattordicenni hanno promesso davanti al proprio padre, alla comunità e davanti a Dio di mantenere il proprio tesoro intatto fino al matrimonio”.

“Il proprio tesoro intatto?” chiesi io sperando di aver capito male. “Si, il dono più grande, il dono che ogni donna deve conservare intatto per donarlo a Dio ed al proprio marito nel giorno più bello della sua vita”.

Si, signori e signore, avevo capito bene, parlava proprio della verginità.

Mi ricordo che a 9 o 10 anni una sera dissi a mia madre:
“Mamma, ho deciso che resterò vergine fino al matrimonio”. In realtà non sapevo neanche tanto bene cosa stessi dicendo e in cosa consistesse l’atto sessuale, ma al catechismo il prete giovane e carino diceva che la verginità era un valore importante e io gli credevo.

Lei mi guardò, annuì e poi scoppiò a ridere fortissimo, non riusciva a smettere, aveva quasi le convulsioni. Io ci rimasi molto male e chiesi: “Ma perché ridi mamma, cosa c’è che fa tanto ridere??”
“Capirai tra qualche anno”, rispose.

Aveva ragione.

Ho rivisto Shirley qualche anno dopo, era diventata obesa, aveva 28 anni e ne dimostrava 48, mi disse che aveva avuto una terribile depressione e che ne era uscita con l’uso massiccio di antidepressivi.

“Vedi cosa succede col purity ring”, pensai, o forse è stato a causa dei kiwi con la buccia.

Perché Tutti Avevano un Costume Bellissimo e io Avevo una Scatola di Panettone in Testa?

 

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Essere genitori è sicuramente qualcosa di estremamente complesso.

Crescere un figlio, accompagnarlo nel cammino per diventare un essere umano adulto, forse felice, è un compito che richiede sacrificio e dedizione, amore e pazienza. Gli errori, gli sbagli, sono sempre in agguato, fanno capolino dietro l’angolo ad ogni passo.
Per questo ho imparato a perdonare gli errori,  bisogna essere in grado di sospendere il giudizio e lasciare andare le critiche.

Ma una cosa non perdonerò mai ai miei genitori.

Avevo 5 anni, all’asilo avevano organizzato una bellissima festa di Carnevale.
Tutti i bambini parlavano da giorni di come si sarebbero vestiti, io sarò la Principessina Meringa, io il Re di Busto Arsizio, io il Cavalier Cantuccio.

“E tu che costume avrai, Francesca?”

Non lo sapevo mica, perché mio padre mi aveva promesso un bellissimo costume a sorpresa.

“Sarà il costume più bello di tutta la scuola!” mi diceva con affetto.
Ricordo ancora la trepidante attesa per il mio costume a sorpresa.

Arrivò il giorno della festa. Mia madre mi fece chiudere gli occhi e indossai il costume.
“Ora puoi aprire gli occhi”.
Ma non vedevo quasi niente, mi aveva messo in testa qualcosa che mi copriva tutto il viso.
Avevo solo due piccoli fori per gli occhi.

“Sei il Guerriero del Futuro!” Esclamò mio padre entusiasta.

Dai piccoli fori riesco a specchiarmi: ho in testa una scatola di panettone dipinta in modo sommario e addosso una specie di mantello rosso fatto con la tovaglia di Natale.
Scatola e tovaglia mi impediscono i movimenti.

Passai una festa di merda, appena mi muovevo andavo a sbattere contro muri, persone e tavolini.
Tutti si divertivano un sacco, ballavano e ridevano, correvano e giocavano.
Mangiavano e bevevano, patatine e cocacole, bugie e caramelle gommose, tutte robe che a casa erano vietate e che quindi agognavo come il nettare degli dei.

Ma non potevo averle.

Mio padre mi disse infatti che non avrei dovuto togliere il casco per tutta la festa, perché se no gli altri bimbi mi avrebbero riconosciuta.
“Sei il Guerriero del Futuro, è il nostro piccolo segreto!”

E senza togliere la scatola di panettone la bocca era inaccessibile.

Son stata tutta la festa in piedi in un angolo che neanche le Guardie di Palazzo Venezia sono così immobili.

“Il mio costume è il più bello, sono il cavaliere del futuro!” pensavo guardando dai piccoli fori gli altri mangiare, bere e divertirsi.

Io non so quale terribile perversione si celasse nei miei genitori per confezionarmi il vestito di carnevale più brutto e scomodo del mondo, ma una cosa è certa: se son diventata quello che sono oggi lo devo anche a quella scatola di panettone in testa.

 

Rettifica: come si può notare dalla foto, il casco del “Guerriero del Futuro” non è fatto con una scatola di Panettone, bensì di Pandoro. Ci tenevo a sottolinearlo qualora qualche genitore volesse replicare il costume per la prossima festa di Carnevale.

La Donna Delle Pulizie

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Nella mia famiglia d’origine c’è sempre stata la donna delle pulizie.

Mia madre, nel goffo tentativo di trasformarsi in una dama aristocratica malgrado le origini plebee, la chiamava “Colf” o “Governante”, oppure “Bambinaia” se si trattava di una “baby sitter”.

La nostra donna delle pulizie si chiamava Lia. Era veneta, con le mani grandi e callose.

Mia nonna diceva che i veneti sono i meridionali del nord, ma più volonterosi e meno rumorosi, solo leggermente propensi all’alcolismo, ma questo è un discorso a parte.
“Giuanin Lamiera ha fatto venire i napuli a Torino”, diceva, riferendosi all’avvocato Agnelli, “ma anche tanti veneti”.
E poi terminava con un sorprendente “Grazie a Giuanin e a tutte le persone che sono emigrate per venire a lavorare qui, oggi Torino è una città migliore”.

Malgrado la consuetudine infantile io non mi sono mai abituata ad avere per casa qualcuno che fa le pulizie al posto mio.

Adesso che sono adulta, ogni tanto faccio venire la “collaboratrice domestica”, che non è veneta e non ha le mani callose, è una bellissima ragazza trentenne rumena dalle mani affusolate, Soriana, ed è simpaticissima.

E difatti è talmente simpatica che quando viene a casa passiamo la metà del tempo a chiacchierarcela e ridere.

Io mi sento in colpa che deve fare le pulizie, mi sembra che dovrei pulirmela io la casa, mi dispiace un po’ che so che ha dei figli, lavora un sacco e poi deve pure cucinare e pulire la sua di casa.

Allora cerco di svagarla, le offro il caffè, le faccio ascoltare un po’ di musica, le racconto dei miei viaggi e la distraggo nel suo lavoro.
Lei coglie la palla al balzo e si fa gran chicchierate.

Poi mi sento in colpa perché dovrei aiutarla e allora mi metto di mezzo e la intralcio, che lei è una professionista delle pulizie e lavorerebbe molto meglio se io non la disturbassi.

Una volta, nel tentativo di aiutarla a spostare delle sedie, sono inciampata nel filo dell’aspirapolvere e, nel goffo tentativo di non cadere rovinosamente a terra, mi sono aggrappata alle tende. La tenda si è staccata e il bastone di supporto mi è caduto in testa procurandomi un ematoma gigante

Ma lo sapete che ogni anno gli incidenti domestici sono 4,5 milioni, di cui 8 mila mortali? Ho rischiato di morire e voi avete ridacchiato?

Ma la cosa più angosciante è che quando viene Soriana, la sera prima mi assale il senso di colpa che devo farle trovare una casa non troppo sporca e, per non fare brutta figura, inizio a pulire a riordinare, che non sia mai che la donna delle pulizie trovi la casa sporca o disordinata.

E posso assicurare che farei più in fretta a fare i mestieri da sola, perché riordinare per la donna di pulizia richiede organizzazione e precisione, questo lo metto qui, questo lo metto là, perchè lei è una professionista dell’ordine e della pulizia.

Poi arriva Soriana e mi fa i complimenti per come tengo la casa.

Te credo, penso io, ieri son stata 7 ore a ramazzare e riordinare.

Ma lei è una vera professionista del pulito,  e come sa lavare, smacchiare, sgrassare, candeggiare, spazzare, aspirare, lucidare, detergere, disinfettare lei, io non riuscirò mai.

 

Breve Storia d’Amore Appena nata e già Finita

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A Torino c’è un parco sul fiume, bello e molto frequentato, si chiama “Valentino”.

Al Valentino, detto in gergo “Vale”, appena scoppia la primavera i prati diventano le spiagge di Riccione, mentre la sera fino ad alcuni anni fa c’era il cinema all’aperto.

Io ci andavo sempre con le mie amiche Carola e Camilla, non ricordo quanti films ho visto ma dovevano essere belli, perché i film brutti non vado a vederli.
Ci si mette tutti sul pratone con i teli per terra e si guarda il film sotto le stelle, sdraiati sull’erba.
La proiezione non è certo HD e il suono ha da lavorare per diventare double surround home-park-theatre, ma si sta bene, c’è la brezza delle sere d’estate e le birrette che rinfrescano.

Ma c’è qualcuno che vuole rovinarti la serata.

A Torino ci sono delle presenze malefiche da aprile a novembre, ci sono la notte ma anche di giorno sotto al sole. Pericolose ed onnipresenti, sono capaci di trasformare un momento di svago e di festa in un dramma collettivo: sono le temibili zanzare tigre.

Io le odio terribilmente; so che se ci sono in terra avranno pure una loro funzione nell’equilibrio naturale, tipo nutrire i pipistrelli e i ragni, diffondere la malaria e la filaria, ma con tutto rispetto per le zanzare extracomunitarie, potevano starsene a casa loro nei paradisi tropicali.
Ho molta nostalgia per la cara vecchia zanzarina piccolina, che pungeva al tramonto e poi spariva. La zanzara italiana non si sarebbe mai permessa di venire a pungerti sotto il sole.
Queste zanzare immigrate no, queste ti punzecchiano giorno e notte, sole o luna.

“Ragazze, avete mica dell’autan, mi sono dimenticata di prenderlo porco cane”.
“Figurati, fa malissimo è una cosa chimica, io uso solo estratto di citronella ma l’ho messo a casa” mi risponde Carola.
Camilla invece ridacchia, lei è una di quelle fortunatissime persone al mondo che non viene mai punta, o forse la pungono ma il suo corpo non ha nessun tipo di reazione, subisce passivamente l’attacco ematofago.

Odio le persone che non vengono punte dalle zanzare, per me non hanno diritto alla vita. Anche perché, a causa loro, io vengo punta doppio. O triplo, o quadruplo, dipende quanti sono. E se loro sono 99 e io una mi pungeranno 99 volte di più. Ma ti pare che abbiano diritto di vivere ‘sti stronzi?

Forse sembrerò un po’ dura, ma le persone che non vengono punte potrebbero essere creature a sangue freddo, forse alieni, forse rettiliani. Persone cattive e incapaci di amare, perché hanno il sangue amaro. Poi una persona che non sente una cosa fastidiosa come una puntura di zanzara, sarà sicuramente una persona insensibile e priva di empatia, non vi sembra? Sangue amaro, cuore di pietra.

Forse l’avrete intuito, ma a me le zanzare pungono moltissimo, e reagisco con ponfi e prurito incontrollato. Se potessi scegliere un superpotere ci sarebbe il volo e l’invisibilità al secondo e terzo posto e non essere punti dalle zanzare tigre al primo posto.

“Mi sa che me na vado” e mentre sto per raccogliere le mie misere cose per battere in ritirata onde evitare di diventare un ponfo zanzaroso, mi volto e lo vedo.

E’ lui. Marco. Bellissimo, con un cappellino tipo una coppoletta, occhi neri e un accenno di basetta. Rimango folgorata, è amore a prima vista.

Si avvicina e urla “Camilla!!!”, si abbracciano.

Marco è un amico di Camilla, sono entrambi di Genova, hanno fatto il liceo insieme.
“Vivo qui già da due anni, non sapevo anche tu fossi qui a Torino” dice Marco e la sua voce è melodiosa e sexy, sono innamorata pazza. Ci presentiamo, lo guardo, mi guarda.

“Posso guardare il film insieme a voi, aspettavo un amico ma non è venuto”. Ma certo, mettiti qui vicino a noi, sdraiati vicino a me che ti racconto la storia delle zanzare tigre che sono volate via, son tornate ai tropici e il nostro amore che sboccia in una sera di giugno.

Ma le zanzare non sono volate via, hanno deciso di darsi un appuntamento, stanno facendo un rave sul mio corpo.

“Che noia però sta zanzare” dico a Marco.
“Zanzare? Ci sono le zanzare? A me non pungono mai!”

Breve storia d’amore appena nata e già finita.

Il Papero che Rovinò la Vita a mia Madre

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Circa un anno fa mia madre si è comprata uno smartphone, devo dire che ha capito abbastanza velocemente il funzionamento, fin troppo.

Attivissima su Watsup, sempre online su Skype, ha iniziato a commentare i post di amici e parenti con faccette e cuoricini, animazioni gift ed emoticons di ogni sorta.

Un giorno mi chiama zia Elisa sconvolta:  “Cos’ha tua madre contro Filippo?”, mi chiede.
“Filippo chi, scusa?”.
“Filippo, il nuovo fidanzato di Anna! Non hai visto cos’ha messo tua madre su Facebook?”.
“No, non ho visto”.
“Vai subito a vedere”.

Anna è mia cugina, la figlia di zia Elisa che, scioccata, fa il giro di chiamate di tutta la famiglia.

Prima che riuscissi ad aprire facebook , mi chiama mia madre disperata, quasi in lacrime: ”Non immagini che situazione imbarazzante, che putiferio, non so cosa fare, sono una deficiente”.
“Cos’hai fatto mamma? Mi ha chiamato la zia un minuto fa, che succede?”
“Non ti puoi immaginare, una cosa gravissima!”
“Cosa mamma, dimmi cosa??”
“Ormai è troppo tardi, non c’è più niente da fare, ormai c’è il papero che vomita sul gabinetto!”

Per un attimo ho pensato che mamma fosse impazzita, poverina, delira, un papero che vomita sul cesso?

In quel momento entro in Facebook e capisco.

Mia madre aveva commentato una foto postata da zia Elisa in cui c’era sua figlia Anna con il nuovo fidanzato Filippo.
Nella mia famiglia postare su facebook la foto di una nuova coppia è un atto importantissimo, equivale all’ufficializzazione di un’unione sacra ed indissolubile.

Il post diceva “ Avete visto che belli? Una coppia fantastica!”

Ebbene mia madre, volendo commentare con un dolce cuoricino, ha per sbaglio inviato un’ emoticons che ritraeva un papero intento a vomitare su un cesso, dando la chiara sensazione che questo nuovo fidanzato Filippo non fosse proprio nella sua top 10 del gradimento.

Tutta la famiglia, zii, cugini, pronipoti e parenti tutti fino alla terza generazione, erano stati avvisati telefonicamente da zia Elisa, conosciuta in tutta Savoia per essere la persona più permalosa e pettegola del Regno.

Tutti avevano visto mia madre vomitare travestita da Papero davanti alla sacra unione di Anna e Filippo. Tutti avevano visto rigurgitare la sua disapprovazione.

Mamma non aveva idea che si potesse cancellare o modificare un commento, per lei era l’inizio di crisi dinastiche e drammi epocali.

Passò tutta la settimana seguente al telefono, cercando di spiegare che il Papero che vomita era frutto di un terribile e drammatico errore.
Quanti le credettero non è dato a sapersi.

Quello che è sicuro è che da quel giorno tutte le faccette e i cuoricini, le emoticons e le animazioni, sparirono dai commenti di mia madre. Rileggeva i post almeno 7 volte prima di pubblicarli e soprattutto teneva le sue dita ben lontane da pennuti di ogni sorta.

E’ un attimo che un papero ti distrugge la vita.